La sensazione di aver “dormito bene” non dipende solo dalla durata del sonno. Riflette anche quanto profondamente e ininterrottamente si percepisce di aver dormito. Gli scienziati non comprendono ancora appieno cosa avvenga nel cervello per produrre questa sensazione di riposo profondo e rigenerante. Un nuovo studio condotto dai ricercatori della Scuola di Studi Avanzati IMT di Lucca, pubblicato su PLOS Biology, indica un fattore inaspettato. I sogni, specialmente quelli vividi e intensi, potrebbero in realtà rendere il sonno più profondo e rigenerante, anziché interromperlo.
Perché sogniamo

L’elaborazione delle esperienze e delle emozioni gioca probabilmente un ruolo centrale. Il cervello passa al vaglio le impressioni della giornata, collega le nuove informazioni con i ricordi esistenti e le stabilizza: un processo noto come consolidamento della memoria. Allo stesso tempo, i sogni possono aiutare a ridurre lo stress emotivo, elaborare le esperienze e risolvere i problemi. Inoltre, esistono teorie più recenti, come quelle proposte da Erik Hoel. La sua “ipotesi del cervello iperadattato” attinge al concetto di overfitting della ricerca sull’intelligenza artificiale. Secondo questa teoria, il cervello potrebbe utilizzare i sogni per impedire a se stesso di adattarsi troppo fortemente alle esperienze concrete della vita quotidiana. La natura spesso bizzarra e distorta dei sogni agisce come una sorta di “interruzione” deliberata: il cervello combina le impressioni in modi insoliti, consentendogli di riconoscere schemi in modo più ampio e di applicare le conoscenze in modo più flessibile a nuove situazioni. Nel complesso, i sogni possono quindi essere intesi come una miscela di elaborazione della memoria, regolazione emotiva e allenamento mentale. La loro apparente illogicità, in particolare, può svolgere una funzione importante, ovvero rendere il nostro pensiero più adattabile, creativo e resiliente.
Il sonno profondo e l’attività cerebrale rivisitati
Per decenni, il sonno profondo è stato considerato uno stato in cui il cervello è essenzialmente “spento”, con onde cerebrali lente, attività minima e bassa coscienza. Secondo questa visione tradizionale, un sonno più profondo significava meno attività cerebrale. Al contrario, il sogno era tipicamente associato al sonno REM (Rapid Eye Movement) e visto come un segno che il cervello fosse parzialmente “sveglio”. Questo, tuttavia, porta a un paradosso. Il sonno REM è caratterizzato da sogni intensi e da un’attività cerebrale simile a quella dello stato di veglia, eppure le persone spesso riferiscono che questa fase sembra comunque un sonno profondo.
Per indagare su questa contraddizione, i ricercatori hanno analizzato 196 registrazioni notturne di 44 adulti sani. I partecipanti hanno dormito in un laboratorio mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata utilizzando l’elettroencefalografia (EEG) ad alta risoluzione. I dati provenivano da un progetto più ampio finanziato da una Starting Grant del Consiglio europeo della ricerca (CER) che ha studiato come diversi tipi di stimolazione sensoriale influenzano l’esperienza del sonno.
Sogni e percezione della profondità del sonno
Nel corso di quattro notti, i partecipanti sono stati svegliati più di 1.000 volte e invitati a descrivere ciò che avevano vissuto immediatamente prima del risveglio. Hanno inoltre valutato quanto profondamente pensavano di aver dormito e quanto si sentivano assonnati. I risultati hanno mostrato che le persone riferivano il sonno più profondo non solo quando non avevano avuto esperienze coscienti, ma anche dopo sogni vividi e coinvolgenti. Al contrario, il sonno superficiale era associato a esperienze minime o frammentarie, come un vago senso di presenza senza un chiaro contenuto onirico. “In altre parole: non tutta l’attività mentale durante il sonno viene percepita allo stesso modo – la qualità dell’esperienza, in particolare la sua vividezza, sembra essere decisiva”, spiega Giulio Bernardi, professore di neuroscienze presso l’IMT School e autore principale dello studio. “Ciò suggerisce che sognare potrebbe alterare il modo in cui l’attività cerebrale viene interpretata da chi dorme: più il sogno è vivido, più il sonno sembra profondo.”
In altre parole: i sogni potrebbero aiutare il cervello a “interpretare” l’attività in corso e classificarla come sonno profondo e sicuro, anche quando il cervello sta elaborando attivamente degli stimoli. Ciò avvalora l’idea che i sogni non siano semplicemente un effetto collaterale del sonno, ma possano contribuire attivamente a migliorare l’esperienza soggettiva del riposo e del sonno profondo. I sogni vividi fungono quindi da una sorta di “scudo mentale”: organizzano l’attività interna ed esterna in un’esperienza coerente, facendoci sentire più riposati e rigenerati, anche se le misurazioni oggettive del sonno mostrano solo differenze minime.
Come i sogni potrebbero sostenere il sonno profondo
Nel corso della notte è emersa un’altra scoperta sorprendente. Sebbene i segni fisiologici della pressione del sonno si fossero gradualmente attenuati, i partecipanti hanno riferito che il loro sonno sembrava diventare più profondo col passare del tempo. Questo percepito approfondimento era strettamente associato a un aumento dell’intensità dei loro sogni. I risultati suggeriscono che le esperienze oniriche possano aiutare a mantenere la sensazione di sonno profondo, anche quando il bisogno biologico di sonno del corpo diminuisce. Più le esperienze oniriche erano vivide e coinvolgenti, più fortemente i partecipanti percepivano un senso di sonno profondo e rigenerante.
I sogni intensi possono anche aiutare a mantenere un senso di separazione dall’ambiente esterno – una caratteristica chiave del sonno ristoratore – anche quando alcune parti del cervello rimangono attive. In questo stato – come durante l’elaborazione di stimoli o ricordi– un sogno vivido trasmette a chi dorme la sensazione di dormire “protetto” e isolato dall’ambiente. In questo modo, i sogni potrebbero fungere da cuscinetto interno: organizzano l’attività neurale in esperienze significative e coerenti, impediscono che disturbi esterni o interni interrompano la sensazione di sonno e svolgono quindi un ruolo cruciale nel far sentire il sonno effettivamente ristoratore. In breve: i sogni sembrano non solo servire all’elaborazione dei ricordi e delle emozioni, ma anche plasmare attivamente l’esperienza soggettiva del sonno profondo e favorire il recupero notturno.
I sogni come “guardiani del sonno”
“Comprendere come i sogni contribuiscono alla sensazione di sonno profondo apre nuove prospettive sulla salute del sonno e sul benessere mentale”, afferma Bernardi. «Se i sogni aiutano a mantenere la sensazione di sonno profondo, i cambiamenti nel sognare potrebbero in parte spiegare perché alcune persone sentono di dormire male, anche quando i parametri oggettivi standard del sonno appaiono normali. Piuttosto che essere semplicemente un sottoprodotto del sonno, i sogni vividi potrebbero aiutare ad attenuare le fluttuazioni dell’attività cerebrale e a mantenere l’esperienza soggettiva del sonno profondo». Questa idea riflette un’ipotesi di lunga data nella ricerca sul sonno – e persino nella psicoanalisi classica – secondo cui i sogni potrebbero funzionare come «guardiani del sonno».
Lo studio è stato condotto nell’ambito di una più ampia collaborazione tra l’IMT School, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e la Fondazione Gabriele Monasterio, dove è stato istituito un nuovo laboratorio del sonno per riunire competenze neuroscientifiche e mediche. Questa struttura supporta un approccio multidisciplinare allo studio del sonno e del ciclo sonno-veglia e consente ai ricercatori di comprendere meglio come l’attività cerebrale interagisca con i processi corporei. Questi risultati rappresentano un primo passo in questa direzione e gettano le basi per future ricerche su come le dinamiche tra cervello e corpo modellino il sonno sia negli individui sani che in quelli affetti da disturbi del sonno.








